Nuove leggi etichettatura, bastano?

Nuove leggi etichettatura, bastano?

Nuove leggi etichettatura, bastano?

Un po’ di attualità, non ne parlo mai e potrei farlo, dato che ogni paio di mesi almeno escono truffe nel campo del pomodoro, almeno stavolta però ci terrei ad esporre una mia considerazione.

Stavolta perché da qualche mese siamo finalmente protetti da questa tanto agognata legge sull’origine che pone almeno qualche paletto sull’immissione in Italia del concentrato estero.

Non che lo vieti, ma in questo caso bisognerà scrivere: origine del pomodoro UE o extra UE (e capirete che ciò è un macigno sul prodotto, per molti è dichiarare quello che hanno sempre fatto).

Nel resto dei casi, si adopererà la dicitura che La Russolillo usa dal suo primo giorno di vita: pomodoro coltivato e lavorato in Italia.

L’avvento di questa nuova legge

Con l’avvento di questa legge, per magia, la produzione di pomodoro cinese in questa ultima estate è calata del 40%, (la media mondiale è del -15%), poiché hanno ben pensato che i loro cari clienti italiani, dal 2018 si faranno qualche problema in più a pescare da quella fonte.

Risolto un problema, ma non è abbastanza.

Con quella dicitura sull’origine, possiamo mangiare anche una passata 100% italiana, ma da concentrato italiano che in etichetta, spero per poco ma non ci credo, non si può differenziare da una passata fatta da pomodoro fresco.

Pomodoro fresco o disidratato, la difefrenza di qualità

Può essere uguale la qualità di una passata disidratata (ovviamente con procedimenti termici) e poi reidratata quando farà comodo, dopo mesi o anni, rispetto ad una passata ottenuta da pomodoro fresco?

C’è chi fa questa manovra per facilità di stoccaggio, con 1kg di triplo concentrato (stoccato in fusti da 200kg o silos) ci fai 8 litri di passata e considerando che non c’è neanche l’ingombro della bottiglia, nello stesso spazio riesci a stoccare quasi 20 volte tanto.

Ognuno è libero di produrre ciò che vuole, nella modalità più consona alle sue esigenze e nella qualità che vuole (pur rispettando l’idoneità), ma vogliamo pensare al rispetto del consumatore che vorrebbe quantomeno sapere chiaramente in etichetta se questa passata è ottenuta da concentrato o da pomodoro fresco? Perché non affiancare anche questo fattore fondamentale a quella legge?

etichettatura e truffe

All’inizio ho parlato di truffe,  ed ora mi ricollego (e capirete perché):

il 2 novembre 2018 è stata sequestrata una quantità di concentrato dal valore di 200.000 € in zona Nocera (SA), pronta per essere sciolta e diventare passata di pomodoro, perché erano state contraffatte le date di scadenza sui fusti.

Fusti quindi scaduti, rilavorati per ottenere passate di pomodoro in bottiglie da 700 gr su cui sicuramente sarebbe stato dichiarato di produzione 2018 e quindi con scadenza 31/12/2021.

Nella migliore delle ipotesi, un concentrato con anche pochi mesi di scadenza, (per carità, non ancora scaduto) quando viene rilavorato e portato di nuovo ad altissime temperature sia per amalgamarsi per bene con l’acqua in aggiunta, sia per sterilizzarsi di nuovo (processi che ammazzano freschezza, proteine e vitamine), si sfrutta questo passaggio per aggiustarlo dopo un pò di anni di stoccaggio, al massimo si aggiunge un po’ di acido citrico in più e si sta sicuri per dargli nuova vita.

Ed ecco che diamo altri 3 anni di scadenza a un pomodoro macinato 5-6 anni prima. Sarà legale o no, ma chi se ne accorge? Grandi aziende anche sulla bocca di tutti hanno fatto di peggio, figuriamoci questo piccolo scherzetto.

E allora, se non si può bloccare, almeno regolamentare questo processo, dare almeno la possibilità al pubblico di scegliere CONSAPEVOLMENTE se comprare una conserva di pomodoro ottenuta da concentrato o da pomodoro fresco: chiedo troppo?

E il consumatore che cosa fa?

Una tiratina d’orecchie al consumatore permettetemela:

comprare passate a un prezzo non spiegabile (e qua mi riconduco all’altro mio articolo Cara passata di pomodoro, che t’hanno combinato! Parte 2, in cui spiegavo i costi minimi per ottenere una passata), significa accettare il compromesso e il rischio di mangiare un prodotto come quello sequestrato pochi giorni fa. Prezzi assurdi possono essere sintomo di merce che scotta, che nel giro di pochissimi giorni deve sparire dal mercato prima di rischiare controlli a campione, che tutto ciò che si ricava è tutto guadagno, perché certa merce doveva essere smaltita e non servita sulle nostre tavole.

Ma cosa c’è di meglio della salute? Risparmiamo 20 centesimi su una bottiglia da 700g per condire 5 piatti, per poi dire che la salute non ha prezzo; ci contraddiciamo per una cifra che non cambia il bilancio neanche della più povera delle famiglie.